I vivi e i morti
Notizie

Opera, 1999

Premessa
Non avevo mai ipotizzato uno scambio fra le Brigate rosse e la malavita avente come oggetto Aldo Moro, fino all’incontro recentissimo con Michela Cipriani. Colta, preparata, compagna di Luigi Cipriani – la mente più lucida espressa dalla sinistra in questo ultimo trentennio, morto prematuramente per infarto- Michela Cipriani ne ha raccolto l’eredità e ha continuato, nella solitudine di chi vuole comprendere la storia senza accettare le storie ufficialmente accreditate, ad affermare quella verità che il marito, unico e solo, aveva compreso e lei condiviso.
“Perché i brigatisti, anche a voler credere ad una logica militarista e ‘dura’ – si chiede Michela Cipriani – avrebbero ucciso un ostaggio che aveva risposto a tutte le loro domande e che, vivo, sarebbe una mina vagante nel potere? Quando mai un esercito ammazza un ostaggio che il nemico non rivuole indietro vivo? E per di più con un rituale, che non era fino ad allora appartenuto loro né lo sarà in seguito, dove la vittima viene lasciata agonizzare per un quarto d’ora e crivellata di colpi quando è morta? Perché non svelare e gestire politicamente il memoriale-bomba che parlava fra l’altro di Stay-behind e che costituiva il maggior risultato politico conseguito dalla lotta armata?” (M. Cipriani, L’affare Moro, la malavita, le colpe di Cesare, nel sito www.fondazionecipriani.it sub Luigi Cipriani/Scritti di controinformazione/L’affare Moro). Una logica stringente che allinea, una dietro l’altra, domande alle quali è possibile dare una sola risposta, quella che Luigi Cipriani aveva già fornito e che lei oggi ribadisce: perché Mario Moretti e i suoi compagni non erano più in possesso del loro ostaggio né del suo memoriale.
Non è facile provare questa verità, negata, per motivazioni dettate dalla paura, dai brigatisti rossi che il sequestro di Aldo Moro iniziarono ma non conclusero; rifiutata per ragioni evidenti dallo Stato e dalla Democrazia Cristiana, taciuta infine da una malavita che non può ammettere un patto inconfessabile con lo Stato, rivelando la sua qualità di polizia ausiliaria del regime.
Mi ricordava Michela Cipriani, riferendosi agli articoli scritti da Mino Pecorelli sul caso Moro, che ‘i morti parlano’. Ed é vero.
Per questa ragione, sfidando il silenzio di tanti, in questo documento daremo voce alla verità dei morti contrapponendola alle menzogne dei vivi. Perché la verità, nonostante tutto, si può ricostruire, tassello dopo tassello, ricomponendo un mosaico che alla fine ci rivelerà la verità.

Un falsario piccolo, piccolo
Il primo tassello dal quale iniziare è rappresentato dalla vita e le opere di Antonio Chichiarelli, così come emergono dalle pagine delle ordinanze del giudice istruttore Francesco Monastero.
Chi era Antonio Chichiarelli? Un falsario, la cui specializzazione lo aveva predestinato a mettersi al
servizio degli apparati segreti dello Stato, che di gente come lui ha sempre bisogno per le tante operazioni ‘sporche’ che compiono (valga per tutti l’utilizzo di Guelfo Osmani, falsario al servizio del Sid con il criptonimo di ‘Raffaello’ nell’operazione Camerino) in nome e per conto di uno Stato che non è certamente più pulito dei suoi servizi di sicurezza (così li chiamano) e delle loro azioni. Antonio Chichiarelli, detto Tony, conosce la svolta della sua vita quando viene incaricato da qualcuno di redigere un falso comunicato brigatista che annuncia l’avvenuta morte di Aldo Moro ed il suo seppellimento nel lago della Duchessa.
Fu Antonio Chichiarelli a scriverlo, senza ombra di dubbio alcuno: “…Un’altra e non meno inquietante certezza è stata acquisita -conferma il magistrato romano- nel corso delle indagini istruttorie: la attribuibilità al Chichiarelli del comunicato B.R. n.7 del 18 aprile 1978 (c.d.del lago della Duchessa)…” (Francesco Monastero, Ordinanza 23 marzo 1991, p.10). L’esecuzione materiale del comunicato fu quindi, con assoluta certezza, opera di un “oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana” (ivi, p.1), a suggerirne l’ideazione era stato uno dei magistrati più potenti e prestigiosi, a quel tempo, della Procura della repubblica: Claudio Vitalone.
Ne aveva parlato per primo, in forma reticente, consapevole ovviamente dell’estrema gravità di quanto stava rivelando, un altro discusso e, a quei tempi, potente magistrato romano, Luciano Infelisi, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro nel 1981: “Si pose un grosso problema -raccontò Infelisi: qualcuno propose che i servizi segreti scrivessero delle lettere, dei volantini al fine di creare una reazione. Questo modo spregiudicato di azione non fu però accettato, anche se non avrebbe comportato la violazione di norme particolari, per la impossibilità, per la mancanza totale di qualsiasi possibilità da parte loro. Allora mi domando -conclude in modo pesantemente allusivo Infelisi- chi può aver creato questo volantino in quel particolare momento: se i nostri servizi, sollecitati, non erano all’altezza di farlo”
(Francesco Biscione, Il delitto Moro, Editori riuniti, Roma 1998, p.228).
Antonio Chichiarelli era ancora in vita quando il sostituto Procuratore Luciano Infelisi pone la sua retorica domanda, sollevando a priori i servizi di sicurezza da ogni responsabilità. Nessuno, ovviamente, rispose.
Dovranno passare dodici anni prima che l’ideatore del falso comunicato brigatista, conosciutissimo come vedremo da Luciano Infelisi, venisse allo scoperto.
Il 10 maggio 1993 Claudio Vitalone, difatti, racconta la sua verità sull’episodio e rende noto il suo ruolo nell’ideazione del falso comunicato. “Una particolare apprensione – racconta ai suoi colleghi romani che lo stanno interrogando- nacque con la lettura del 1° comunicato, dove si faceva riferimento alla circostanza che i comunicati avrebbero dovuto essere scritti con la medesima macchina. Questo a mio avviso -continua Vitalone- rivelava l’intenzione di utilizzare quel solo mezzo per garantire la riconoscibilità di coloro che detenevano l’ostaggio. In altre parole, era purtroppo da presumere che i brigatisti volessero sopprimere Moro dopo averne ottenuto delle dichiarazioni, gestendo poi il sequestro come se Moro fosse ancora in vita. A mio avviso -spiega ancora Vitalone- si doveva contrastare la convinzione dei brigatisti che l’impiego della stessa macchina da scrivere fosse sufficiente alla riconoscibilità delle B.R. Era uno dei modi -inventa fantasioso l’ex magistrato- per costringere le B.R. a tenere in vita l’ostaggio. Parlando con il collega
Infelisi suggerì l’idea che, con l’intervento degli organi di polizia giudiziaria, e previa una formale documentazione per gli atti dell’istruttoria, si potesse far diramare un comunicato apocrifo per disorientare le B.R. L’autenticità di tale comunicato avrebbe potuto essere strumentalmente attestata da organi di polizia scientifica. Ripeto, questo per costringere le B.R. a non sopprimere l’ostaggio.
Quest’idea, peraltro – conclude Claudio Vitalone – non ebbe alcun seguito né mi consta che ad essa possa essersi ispirata alcuna iniziativa autonoma degli organi di polizia” (ibidem).
I due, Infelisi e Vitalone, in parte credibili nelle fasi iniziali e centrali dei loro racconti, all’unisono concludono mentendo entrambi. Claudio Vitalone fa un lapsus considerevole facendo riferimento, difatti, non ai servizi segreti ma ad ‘organi di polizia’. Più malizioso ma altrettanto esplicito nell’escludere la responsabilità diretta dei servizi di sicurezza era stato Luciano Infelisi, secondo il quale questi ultimi ‘non erano all’altezza di farlo’ e chiede, quindi, chi abbia mai potuto scrivere quel falso documento.
Una domanda assurda perché, come abbiamo visto, proprio a Infelisi Claudio Vitalone aveva parlato non solo dell’idea di un falso comunicato brigatista ma anche degli organi di polizia che avrebbero dovuto provvedere alla bisogna: la polizia giudiziaria. Un organo, quest’ultimo, che è il braccio operativo della magistratura inquirente, il più idoneo a trovare gli uomini giusti per un’operazione spregiudicata nel solo ambiente in cui fossero reperibili, quello della malavita che gli uomini dei nuclei di P.G. conoscono meglio di ogni altro organo di polizia.
Ma non fu questo il solo motivo. Sappiamo come in realtà gli apparati segreti dello Stato, militari e civili, siano preparati ad azioni del genere, che si sogliono definire di ‘disinformazione difensiva’ che rientrano nelle loro competenze specifiche e nelle loro possibilità. Così che i tentativi di Luciano Infelisi e Claudio Vitalone di escludere la partecipazione dei servizi segreti all’operazione del lago della Duchessa non hanno parvenza di credibilità ma forniscono un’indicazione importante, essenziale per comprendere quanto è avvenuto nel corso del sequestro di Aldo Moro.
Ci dicono, questi tentativi, che il potere giudiziario romano, di cui Claudio Vitalone era esponente ma non certo l’unico responsabile, non si limitò a ideare l’operazione del falso comunicato brigatista del 18 aprile 1978 ma era in grado di gestirla utilizzando un organo di polizia che potesse assicurare sia il collegamento con i servizi segreti militari e civili (che sono in tal modo ‘coperti’) che quello con i malavitosi chiamati ad eseguirla materialmente. Le conferme le troviamo nelle pagine dell’ordinanza di Francesco Monastero.
Antonio Chichiarelli che, singolarmente, non appare in contatto riservato con alcun corpo di polizia o servizio di sicurezza, aveva un amico intimo, Luciano Dal Bello, che era “per un verso confidente, anche a significativi livelli e per altro comprimario nelle oscure trame del Chichiarelli (F. Monastero, Ordinanza cit., p.13). Ma di chi era ‘confidente’, Luciano Dal Bello? Di tale maresciallo Solinas, in forza al Nucleo di Polizia giudiziaria di Roma, che seguirà passo passo i movimenti di Antonio Chichiarelli e che infine affiderà, ufficialmente solo nel 1983, il proprio ‘confidente’ al Sisde, il servizio segreto civile.
E il cerchio si chiude. Può apparire questa nostra ricostruzione ai limiti della verosimiglianza ma i riscontri per sostenerla ci sono, diretti e veridici e, quand’anche indiretti, di pregnante significato.
Antonio Chichiarelli aveva continuato a lavorare per i suoi committenti anche dopo aver scritto il falso comunicato del lago della Duchessa. Il 20 maggio 1978 aveva, difatti, stilato il “comunicato in codice nr.1″ dove “si faceva tra l’altro riferimento -scrive il giudice Monastero- alle note operazioni di polizia condotte in via Gradoli ed in località lago della Duchessa” (ivi, p.7).
Il 10 aprile 1979, il falsario abbandonava in un taxi un borsello che, consegnato al Reparto operativo dei carabinieri di Roma, diretto dal tenente colonnello Antonio Cornacchia, rivelò contenere: “…una pistola Beretta calibro 9 con matricola limata; un caricatore; 11 pallottole 7,65 e una di calibro maggiore; una testina rotante Ibm di corpo 12; un mazzo di nove chiavi; due cubi flash; un pacchetto di fazzoletti di carta di marca Paloma; una cartina autostradale della zona comprendente il lago di Vico, Amatrice e il lago della Duchessa; una bustina con tre piccole pillole bianche; alcuni fogli dell’elenco telefonico di Roma con i numeri dei centralini dei ministeri; una patente di guida contraffatta intestata a Luciano Grossetti; un volantino falso-brigatista che inizia con la frase “Attuare proseguimento logica dell’annientamento”; un frammento del biglietto del traghetto Messina-Villa san Giovanni; il manoscritto di una bozza di discussione politica o di un documento teorico; quattro fotocopie di schede dattiloscritte stese in un linguaggio simile a quello
della polizia riguardanti rispettivamente l’omicidio di Pecorelli (con annotazioni che indicano materiale recuperato e alcune cifre relative a parti mancanti), un’azione ai danni del Procuratore della repubblica Achille Gallucci, un progetto di rapimento dell’avvocato Prisco, il progetto dell’annientamento della scorta del presidente della Camera, Pietro Ingrao” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p.225).
Il 17 aprile 1979, con una telefonata al quotidiano Vita sera veniva fatto rinvenire, all’interno di una cabina telefonica, altro materiale chiaramente connesso a quello contenuto nel borsello fatto ritrovare tre giorni prima, a reiterazione del messaggio precedente (ibidem).
“Il 17 novembre 1980, erano fatte rinvenire a un giornalista le quattro schede, sempre in fotocopia; su quella di Pecorelli c’è un’annotazione autografa: ‘Sereno Freato!’ “(ivi, p.226), “unitamente a munizioni cal.7,62″ (F.Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986, p.5).
Seguono quattro lunghi anni di silenzio, poi, il 24 marzo 1984 alle ore 06.30, veniva rapinato da quattro uomini il deposito valori della società Brink’s Securmark, in via Aurelia a Roma, con un bottino che si aggirava approssimativamente sui 35 miliardi. L’operazione era iniziata la sera precedente, quando la guardia giurata Franco Parsi, in servizio presso la Brink’s, “mentre si accingeva a far rientro presso la sua abitazione, era stato avvicinato, nel garage sottostante, da quattro individui armati che, dopo essersi qualificati come agenti della Digos ed esibiti dei tesserini di riconoscimento, contestavano al Parsi di aver saputo che egli deteneva un grosso quantitativo di sostanza stupefacente e che per tale ragione dovevano effettuare una perquisizione nel suo domicilio. Quivi giunti – prosegue il magistrato – i quattro esplicitavano le loro reali intenzioni: asserivano di essere militanti delle Brigate rosse ed a tal fine mostravano un opuscolo recante lo stemma di quella organizzazione e sostenevano che era loro intendimento prelevare il denaro dal caveau della Brink’s Securmark, definito da quello che sembrava il capo come ‘bunker di Stato di Sindona’ (ivi, p.1). Il ‘capo’ dei rapinatori dimostrava di essere, secondo il racconto della guardia giurata, “assai bene informato sia sugli enti che la Brink’s serviva, sia sui nominativi e le residenze del personale, sia, infine, sugli stessi dirigenti della società, asserendo addirittura che “il generale
Ambrogi che sta a Firenze…era una loro vecchia conoscenza” (ibidem).
Compiuta la rapina, “intorno alle ore 18 della stessa mattinata giungeva al quotidiano L’Unità una telefonata anonima con la quale una persona, a nome delle Brigate rosse, rivendicava l’ ‘esproprio proletario’ alla ‘banca sindoniana’…mentre i rilievi prontamente eseguiti consentivano il sequestro di una bomba Energa da esercitazione, di un involucro contenente polvere pirica colorante, nonché di 7 proiettili cal. 7,62 Nato per mitragliatrice, proiettili a dire del Parsi ‘volutamente buttati a terra dal capo e non persi’, quasi che gli stessi avessero un valore simbolico, al momento peraltro non percettibile” (ivi, p.2).
Ma non era finita, perché il 24 marzo 1984 “un redattore del quotidiano Il Messaggero riceveva una telefonata nel corso della quale un anonimo, qualificatosi come portavoce delle Brigate rosse, rivelava l’esistenza di materiale definito ‘interessante’, occultato nel cestino dei rifiuti sito nei pressi della statua del Belli. Recatosi sul posto, il giornalista effettivamente rinveniva, nel luogo indicato,
una busta contenente tre proiettili cal. 7,62 Nato – analoghi a quelli volutamente abbandonati nei locali della Brink’s Securmark – nonché varia documentazione che veniva prontamente consegnata al Reparto operativo dei Carabinieri di Roma per il relativo esame. Il collegamento tra detto materiale – conviene il giudice Monastero – e la clamorosa rapina compiuta due giorni prima, appariva ictu oculi, giacché tra i documenti fatti rinvenire vi erano alcune distinte e rimesse di fondi effettuate da vari istituti di credito alla Brink’s Securmark proprio nella giornata antecedente il crimine, ed asportate dai malviventi con i veri plichi contenenti i valori. Ma ciò che più stupiva era la singolare ‘natura’ dei restanti documenti, la più parte dei quali aventi una contorta ed allarmante storia, ed il cui contestuale rinvenimento evidenziava una precisa volontà di indicare una specifica circostanza che permettesse di cogliere i tratti unificanti delle eterogenee vicende, che quei documenti in qualche modo prendevano a riferimento. Tale materiale era rappresentato da due frammenti di fotografie rappresentanti la dizione e lo stemma delle Brigate rosse, da un ritaglio di dattiloscritto firmato dalla ‘cellula Romana sud – Brigate rosse’…nonché da quattro schede dattiloscritte relative a tale ‘operazione A.N.A.’, al presidente della Camera Pietro Ingrao’, ‘al giudice istruttore Achille Gallucci’ nonché a ‘Pecorelli Mino’…” (ivi, p.3-4).
Lo scopo della rivendicazione appare chiaro perfino a Monastero che riconosce come fosse “fin troppo evidente che l’autore dello scritto aveva volutamente applicato sul documento il ritaglio di un altro, con la stesura delle Brigate rosse, solo per lanciare un ‘messaggio’ e non certo per effettuare una rivendicazione che, per le modalità stesse in cui era confezionato il documento (il frontespizio grossolanamente incollato con nastro adesivo), appariva chiaramente ‘depistante’. Ma proprio l’esame di tale frontespizio e dell’altro ritaglio firmato dalla cellula Romana sud delle B.R., frammenti, si badi bene, redatti entrambi in originale, consentiva di accertare che gli stessi si presentavano assolutamente identici alle relative parti del cosiddetto ‘comunicato in codice nr.1′ fatto pervenire da ignoti il 20 maggio 1978 nel corso del sequestro Moro…”(ivi, p.4).
Una visione piuttosto riduttiva perché, in realtà, Antonio Chichiarelli e, più esattamente, coloro per i quali operava avevano compiuto, nella successione cronologica che abbiamo ricostruito, interventi depistanti sul sequestro di Aldo Moro, sull’omicidio di Mino Pecorelli e su quello del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco.
Prima di addentrarci nell’esame degli elementi che il falsario romano ha utilizzato per depistare le indagini sugli omicidi del giornalista Pecorelli e del colonnello Varisco, per cercare di comprenderne le ragioni ed illuminarne la perversa logica, è necessario rispondere a una domanda che tutti hanno voluto eludere nel corso di questi anni: potevano gli organi di polizia ed i servizi di sicurezza individuare Antonio Chichiarelli, arrestarlo e sequestrargli il materiale, farsi raccontare la verità sul
suo ruolo di ‘depistatore’ professionista e, infine, farsi dire i nomi dei mandanti? O, realmente, per le forze di polizia ed i servizi segreti Antonio Chichiarelli era sempre rimasto “l’oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana”, come ha inteso dipingerlo il giudice istruttore Francesco Monastero?
I fatti accertati e, contemporaneamente, negletti dallo stesso magistrato romano ci dicono l’esatto contrario.

Un ignoto a tutti noto Antonio Chichiarelli era, difatti, conosciutissimo da tutti gli organi di polizia della capitale e dai servizi di sicurezza, in particolare dal Sisde, proprio per le sue attività ‘politiche’ e depistanti. Seguiamo, anche in questo caso in ordine cronologico, le tappe di una ‘copertura’ che viene concessa ad Antonio Chichiarelli, apparentemente senza alcuna contropartita, da tutti gli organi di polizia e di sicurezza.
Ai primi di marzo del 1979, Luciano Dal Bello informa il maresciallo Solinas, in servizio presso il Nucleo di P.G. dei Carabinieri “di un progetto di attentato ai danni di una personalità politica che abitava nei pressi della circonvallazione Nomentana” (F.Monastero, Ordinanza cit., p.12). Non basta perché “il Solinas, come oggi sostiene, ebbe effettivamente a notiziare il suo comandante dell’epoca, col.Campo -scrive impassibile il magistrato romano- che la sua fonte era il Dal Bello Luciano e che, cosa ancor più grave, l’attentatore doveva essere tale Chichiarelli Antonio, intimo amico del Dal Bello, sulle cui tracce quest’ultimo voleva quindi in qualche modo portare gli inquirenti…”(ivi, p.13).
Il 14 aprile 1979, come abbiamo visto, viene fatto trovare il borsello che conteneva, fra l’altro, il progetto di attentato all’onorevole Pietro Ingrao, debitamente consegnato ai carabinieri del Nucleo operativo di Roma.
Forti delle notizie riferite da Luciano dal Bello i Carabinieri, proprio esaminando la scheda relativa a Pietro Ingrao, non avrebbero avuto alcuna difficoltà a risalire ad Antonio Chichiarelli, già identificato come aspirante attentatore al presidente della Camera dei deputati ed alla sua scorta dalla ‘soffiata’ dello stesso dal Bello. Difatti, “da un insieme di circostanze utili ai fini investigativi – rileva Monastero – (zona dell’attentato, riferimento alla scorta del presidente Ingrao ecc.) poteva…ricollegarsi la scheda in questione (e quindi il borsello nel suo insieme) alla informativa di cui sopra. E che tale collegamento costituisse un naturale sviluppo della logica investigativa…è dimostrato dal fatto che effettivamente alcuni organi di P.G. e di sicurezza (Reparto operativo dei carabinieri e Sismi in particolare) immediatamente ‘richiamarono l’attenzione’…sul contenuto della telefonata fonte dell’informativa” (ivi, p.12-13).
Eh sì, perché all’epoca l’informazione fornita da Luciano dal Bello era stata ufficialmente spacciata dal colonnello Campo, responsabile del Nucleo di P.G. dei carabinieri, come proveniente da una fonte telefonica anonima. Ma, nonostante questa precauzione, restava il fatto che l’informazione si era rivelata fondata e, soprattutto, che c’era agli atti anche il nome, in chiare lettere, del probabile attentatore: Antonio Chichiarelli.
E se gli organi di polizia e di sicurezza avrebbero avuto il dovere di intervenire a scopo preventivo, a favore di Pietro Ingrao e della sua scorta, avrebbero dovuto farlo anche sotto il profilo repressivo perché nel borsello fatto rinvenire il 14 aprile c’erano riferimenti al sequestro-omicidio di Aldo Moro e a quello di Mino Pecorelli, dalla cui eliminazione fisica (20 marzo 1979) non era trascorso nemmeno un mese.
Non accadde, viceversa, nulla.
Il servizio segreto militare, il reparto operativo dei carabinieri di Roma ed il Nucleo di P.G. accantonarono prove e nome di Antonio Chichiarelli come non fossero mai esistiti.
Ne conviene lo stesso Monastero che, dopo aver avuto dal colonnello Campo la conferma “che si trattava di una notizia confidenzialmente assunta e non già di una telefonata anonima” (ivi, p.14), a riprova della veridicità delle dichiarazioni rese dal maresciallo Solinas, così prosegue:
“Il non aver dato credito a tale notizia ha impedito di perlustrare tale campo di indagine (una perquisizione con acquisizione di documentazione cartacea avrebbe infatti fornito la certezza che il Chichiarelli era il proprietario del borsello…che avrebbe permesso, a pochi mesi dalla morte del giornalista Mino Pecorelli (in realtà erano trascorse tre sole settimane, nda), il cui omicidio veniva
peraltro rivendicato con altra scheda sita all’interno dello stesso borsello, di acquisire la viva voce di colui che andava tessendo così oscure trame” (ivi, p.14-15).
Tutto qui. Un commento obbligato, fatto con tono sommesso e nessun provvedimento a carico dei responsabili di un’omissione (col.Campo, col.Cornacchia, gen.Lugaresi) che consentirà ad Antonio Chichiarelli di proseguire nella sua ingloriosa carriera al servizio di potenti. Soddisfatto di sé stesso, Francesco Monastero, magistrato romano, prosegue nel racconto di altri episodi destinati a suscitare la sua perplessità (e solo quella), come “l’altro, sintomatico episodio avvenuto nell’agosto dello stesso 1979, quando fu rinvenuto casualmente sulla persona di Chichiarelli, ad opera del commissariato Monteverde, una testina rotante Ibm che, immediatamente sequestrata, fu poi restituita al proprietario dopo generiche indagini di cui si da atto nel rapporto…E’ ben vero – azzarda Monastero – infatti che le testine rotanti Ibm possono essere legittimamente detenute non costituendo per ciò solo motivo di allarme, ma è anche vero che tale testina, rinvenuta ad un pregiudicato negli anni ‘caldi’ del sequestro Moro, forse avrebbe legittimato qualche comparazione con alcuni scritti (comunicati BR-schede) la cui paternità era ancora assolutamente ignota. E ciò soprattutto in considerazione del fatto che, sentito a s.i.t. (verbale di sommarie informazioni testimoniali nda), il Chichiarelli faceva riferimento a via Balsani (cfr.scheda on. Ingrao) come punto di contatto con tale Matteucci al quale avrebbe dovuto consegnarla” (ivi, p.15).
Accantonata quest’altra occasione ‘perduta’ dalle forze di polizia, Francesco Monastero ci gratifica con un’altra notizia ‘singolare’. Scrive che il 25 novembre 1982 era pervenuto alla Squadra mobile della Questura di Roma un ‘appunto’ relativo ad un progettato sequestro di persona ai danni di un
cittadino libico…in tale appunto si faceva riferimento al Chichiarelli e al dal Bello come mandanti del sequestro di un cittadino libico – reitera Monastero – e di entrambi si allegavano manoscritture autografe” (ivi, p.16). In pratica, la Squadra mobile della Questura di Roma e il Sisde, all’epoca diretto da Vincenzo Parisi, sarebbero stati in grado di identificare il Chichiarelli e scoprire ciò che
aveva fatto a partire dal 18 aprile 1978 nell’arco di pochi giorni, a fine novembre del 1982. Ne conviene – bontà sua – anche Monastero che l’ ‘appunto’ in questione lo ha ricevuto dalla polizia il 12 ottobre 1984, scrivendo: “Orbene, una comparizione visiva -poi invero confermata dagli elaborati peritali effettuati da questo ufficio- permetteva di collegare immediatamente l’autore di una delle suddette manoscritture con l’autore delle manoscritture che si trovavano nel borsello e, in particolare, sulle schede attesa la particolare somiglianza” (ibidem).
In sostanza, ci dice in modo tortuoso il giudice romano, sarebbe stato sufficiente ai funzionari della Squadra mobile della Questura di Roma e del Sisde comparare ‘a vista’ la scrittura inviata da Luciano Dal Bello con quella che appariva sulle schede rinvenute nell’ormai noto ‘borsello’ per scoprire che una, quella del Chichiarelli, era identica. A quel punto bastava andare a prenderselo e porlo dinanzi alle prove inconfutabili delle sue responsabilità, ottenendo senza fatica la confessione dell’ ‘oscuro pittore falsario’. Non è stato fatto. In compenso, Vincenzo Parisi è divenuto capo della polizia.
E c’è altro. Lo facciamo raccontare testualmente ed integralmente al giudice istruttore Francesco Monastero.
“In data 23 novembre 1983…mentre il Chichiarelli era ancora in vita, il Nucleo tutela patrimonio artistico dei carabinieri di Roma in un appunto…contenente informazioni riservate assunte -attraverso il m.llo Giombelli – sul conto di Chichiarelli: in particolare si addebitava al Chichiarelli di essere l’autore del falso comunicato del lago della Duchessa e di essere ancora in possesso della
testina rotante Ibm servita a compilare il predetto comunicato ma le relative indagini -ha l’ardire di scrivere Monastero senza, ovviamente, scendere in dettagli di queste ‘indagini’ solo presunte -non approdavano ad utili risultati” (ivi, p.17).
E tanto scrive codesto giudice, benché riconosca nel prosieguo del suo racconto che “tale informativa veniva inviata all’Ufficio in data 12 ottobre 1984 e le indagini espletate nell’ambito di questo processo, portavano a concludere…senza ombra di dubbio che la fonte del Giombelli era sempre lo stesso Dal Bello, presentatogli questa volta da tale Andrei Guelfo Giuliano sempre per il tramite del m.llo Solinas” (ivi, p.18).
Anche in questo caso, nulla viene fatto sommandolo al niente fatto in precedenza.
L’unico che trae vantaggio da tante ‘soffiate’ fatte a vuoto è l’amico, delinquente e spione, di Antonio Chichiarelli, Luciano Dal Bello. Difatti, sempre nel corso del 1983, in data che il Monastero non specifica, Luciano Dal Bello le stesse, identiche cose insieme a tutto ciò che sapeva sul conto di Antonio Chichiarelli e a quanto da lui fatto in prima persona fino a quel momento per farlo identificare ed arrestare, le aveva raccontate agli uomini del Sisde, di cui era divenuto stabile informatore tramite i buoni uffici del maresciallo dei carabinieri Solinas che lo aveva posto in contatto con tali “Erasmo e Scipioni, entrambi appartenenti al servizio” (ibidem).
Da quel momento non si hanno più notizie di altre iniziative assunte da Dal Bello per fare arrestare Antonio Chichiarelli, avvalorando così che il Sisde diretto – ricordiamolo ancora – da Vincenzo Parisi, noto pupillo di Oscar Luigi Scalfaro, ne abbia pagato il silenzio assumendolo come informatore stabile e retribuito, magari lautamente. Se ne ricava che il servizio segreto civile si preoccupa di fermare il Dal Bello nella sua opera di interessata denuncia non anonima, suscettibile quindi di essere utilizzata in ambito giudiziario, del Chichiarelli in modo da consentire a costui di proseguire indisturbato nella sua vita e nelle sue opere.
Eventualmente, il Sisde acquisisce con l’ ‘acquisto’ di Luciano Dal Bello, un individuo che è ora obbligato a vendergli in esclusiva quanto viene a sapere sul conto del suo ‘amico’, così da garantirsi che nessun altro apparato segreto o corpo di polizia possa sapere altro sul conto del falsario, autore del comunicato del lago della Duchessa e di tanti altri lavori sporchi compiuti per il potere politico e lo Stato.
La protezione per Antonio Chichiarelli scatta anche nel momento in cui compie la rapina alla Brink’s Securmarks. La prima conclusione alla quale si può difatti giungere dopo questo lungo ma necessario riepilogo sia delle attività del Chichiarelli che delle occasioni avute dalle forze di polizia e dai servizi segreti per arrestarlo è che, a poche ore dal compimento della rapina del 24 marzo 1984, prima ancora che giungesse la ‘rivendicazione’ documentata, due giorni più tardi, il Nucleo di P.G. dei carabinieri di Roma e il Sisde da un lato, la Squadra mobile della Questura di Roma, il Reparto operativo dei carabinieri e il Nucleo di tutela del patrimonio artistico dei carabinieri, sapevano, i primi due chi aveva rapinato 35 miliardi, ed erano in grado di individuarlo nel giro di pochissimi giorni se non proprio di ore, tutti gli altri.
Fingendo di dimenticare ciò che egli stesso ha accertato e riportato nelle pagine delle sue ordinanze, Francesco Monastero giunge alle nostre stesse conclusioni, valide però a suo avviso solo per Luciano Dal Bello. Scrive, difatti, che il coinvolgimento nella rapina alla Brink’s Securmark di costui si era reso necessario “perché, attraverso la ‘rivendicazione’ della rapina, lo stesso Dal Bello, conoscendo tutti i trascorsi del Chichiarelli ne avrebbe immediatamente intuito la responsabilità”
(F.Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986 cit., p.29).
Come abbiamo visto, con buona pace di questo ennesimo magistrato che tutto scopre e ancor di più copre, i ‘trascorsi’ di Antonio Chichiarelli li conoscevano tutte le forze di polizia ed i servizi segreti operanti in Italia, proprio perché a farglieli conoscere e, infine, a raccontarglieli in prima persona era stato lo stesso Luciano Dal Bello. Il ragionamento, in questo caso impeccabile, del magistrato romano vale quindi anche per coloro che in rappresentanza dello Stato si erano assunti il compito di consentire libertà di azione ad Antonio Chichiarelli, estesa fino al punto di permettergli di rubare 35 miliardi e di poterseli godere in compagnia dei suoi complici.

L’amico degli amici
Quanto ampia, praticamente illimitata, fosse la libertà di azione che gli veniva concessa dallo Stato non lo immaginava lo stesso Chichiarelli, non almeno nel caso della rapina alla Brink’s Securmark, troppo clamorosa per l’entità del bottino perché fosse lasciata impunita ed i suoi autori non perseguiti. Si preoccupa, quindi, Antonio Chichiarelli di gonfiarsi il viso con la paraffina e di tagliarsi i baffi “cosa che gli cambiava completamente il volto” (ivi, p.27).
Un accorgimento superfluo perché, come sappiamo ormai, i suoi timori non avevano ragione di essere, visto che nessuno aveva avuto la volontà di arrestare l’autore materiale dei depistaggi sugli omicidi Moro, Pecorelli e Varisco e, per naturale conseguenza, nessuno sarebbe andato a cercare il rapinatore della Brink’s Securmark che si identificava nella medesima persona.
E questa realtà la percepì anche l’interessato che passò dall’iniziale paura del delinquente che sa di avere osato troppo ad un’euforia che in breve divenne un autentico delirio di onnipotenza. Antonio Chichiarelli si mise, pertanto, a parlare liberamente delle sue attività passate e ad investire parte della somma ingentissima rapinata nella stessa capitale, affidandosi ai servigi di un commercialista, Osvaldo Lai, “più volte ricoverato per etilismo” (ivi, p.7). Un comportamento anomalo che contrastava con le più elementari regole di prudenza e che, ovviamente, non venne imitato dai suoi complici che la loro parte la riciclarono all’estero e attraverso una serie di operazioni bancarie in istituti di credito dell’alta Italia.
A rafforzare la sicurezza spavaldamente esibita da Antonio Chichiarelli contribuì certamente la presenza -e la potenza- del mandante della rapina al deposito valori della Brink’s Sucurmark, un ‘fantasma’ che nessuno ha mai cercato di individuare benché sia facilmente ipotizzabile la sua partecipazione, sempre come committente e/o intermediario, ai depistaggi operati dal falsario romano a partire dal 18 aprile 1978.
Ma questo ectoplasma, senza corpo né nome né volto, esiste.
A lui fanno riferimento sia il Lai che il dal Bello, come ammette il giudice istruttore Francesco Monastero scrivendo che “il Lai ha fatto riferimento a talune confidenze ricevute sempre dal Chichiarelli, circa il fatto che l’organizzatore del crimine era stato ‘un personaggio del tutto insospettabile’, dal quale lo stesso Chichiarelli diceva ‘di dover prendere ordini’. La assonanza più che singolare di tali ultime affermazioni con quelle rese dal Dal Bello – rileva Monastero – nell’interrogatorio del 24 maggio 1984 e la necessità di un ulteriore approfondimento istruttorio ha imposto la trattazione separata delle inquietanti vicende di cui si è testè fatto cenno” (ivi, p.10).
Ma Francesco Monastero si guarderà bene dall’approfondire l’argomento, anzi ostenta di credere che il Chichiarelli come “principale artefice della rapina…ha beneficiato in modo decisamente più cospicuo rispetto ai complici torinesi con un bottino di circa 10 miliardi di lire” (ivi, p.30). Senza quindi, in apparenza, farsi sfiorare dal sospetto che di tale cifra metà fosse destinata all’ignoto ispiratore del ‘colpo’, a favore della cui esistenza depongono non solo le pregresse affermazioni dello stesso Chichiarelli, riportate in sede giudiziarie dal Lai, e quelle rese dallo stesso Luciano Dal Bello, ma anche altri e ancor più validi elementi.
Non è credibile pensare che Antonio Chichiarelli potesse fare riferimento alla conoscenza fra il generale ‘Ambrogi’ residente a Firenze e i dirigenti della Brink’s Securmark; né che potesse conoscere dettagliatamente indirizzi, abitudini, particolari sulla vita privata dei responsabili dell’istituto bancario né i suoi collegamenti con Michele Sindona. Dettagli, questi, che potrebbero far pensare a un ‘mandante’ interno alla dirigenza della Brink’s Securmark, se non si aggiungesse ad essi il particolare che “proprio sulla Brink’s Securmark fosse stata rinvenuta una scheda informativa nel covo di via Prenestina 220, in uso a militanti della destra eversiva…circostanza che – conclude Francesco Monastero – anche nella ipotesi di una semplice coincidenza, contribuiva in qualche modo ad offuscare un quadro d’insieme, che già di per sé mostrava contorni a dir poco indistinti” (ivi, p.6).
Affermazione invero singolare, visto che un altro magistrato romano, Giovanni Salvi, ricorda come Antonio Chichiarelli fosse in contatto con persone gravitanti nell’ambiente di destra, ad esempio Giacomo Comacchio e Massimo Sparti (Giovanni Salvi, Requisitoria 6 aprile 1991, p.44). Ed il primo verrà indiziato per l’omicidio di Antonio Chichiarelli e, infine, prosciolto proprio dal giudice istruttore Francesco Monastero.
E, se consideriamo come il Chichiarelli fosse un gregario della banda della Magliana, vediamo come l’ignoto ispiratore della rapina alla Brink’s Securmark potesse pacificamente avere rapporti privilegiati, per le funzioni che svolgeva in ambito istituzionale e/o politico, con quell’ambiente politico delinquenziale che era la destra romana; e avesse dato anche a personaggi in esso stabilmente inseriti l’idea e gli elementi informativi per compiere la rapina riservando a se stesso la parte che, poi, gli ha dato Antonio Chichiarelli.
E quest’ultimo giunge per primo al compimento di una rapina tanto clamorosa per l’entità del bottino grazie all’aiuto determinante del confidente del Sisde Luciano Dal Bello (“…l’unico denaro che Tony ottenne per predisporre l’azione fu quello ‘datogli’ in varie occasioni dal Dal Bello”; “il La Chioma è stato presentato dal Dal Bello al Chichiarelli al precipuo scopo di compiere lucrose azioni delittuose”: Francesco Monastero, Ordinanza ult.cit., p.28), che stranamente però non appare fra coloro che spartiscono la somma rapinata, accontentandosi delle briciole, pur prestandosi a fare da custode alla cifra elevatissima di 8 miliardi che gli consegna Chichiarelli.
Un rebus solo apparente, perché l’insieme degli elementi esposti, valutati con serenità, senza prevenzioni o preconcetti, conduce a collocare il mandante in quell’ambiente istituzionale (Sisde, magistratura etc.) e/o politico che aveva diretto fin dall’inizio Antonio Chichiarelli. Un uomo in grado di valutare con professionalità, dall’alto della sua posizione i guasti che il comportamento esibizionista di Antonio Chichiarelli rischia di provocare allargando a dismisura il numero di coloro che sanno, includendovi tanti che non devono sapere.
Passeranno sei mesi e quattro giorni prima che questo ‘qualcuno’, valutati i pro e i contro, dopo aver fattoscomparire qualsiasi elemento documentale utilizzato dal falsario per redigere i comunicati depistanti, decide che Antonio Chichiarelli, reso euforico dal successo ottenuto, in grado di rendersi ormai indipendente dal suo burattinaio, si è trasformato in un pericolo potenziale che è meglio sventare a tempo nell’unico modo che lo Stato conosce in questi casi: condannandolo a morte.
La sentenza venne eseguita alle ore 2,45 della notte del 28 settembre 1984: “Chichiarelli Antonio e la convivente Cirilli Cristina, mentre rientravano nella propria abitazione sita in via Martini 26 -racconta freddamente Monastero- venivano attinti da numerosi colpi di arma da fuoco cal. 6,35, esplosi da un individuo poi dileguatosi” (F.Monastero, Ordinanza 26 marzo 1991 cit., p.3).
Ma chi era, in effetti, Antonio Chichiarelli?
Secondo il giudice che più di ogni altro ha indagato sul suo conto, era solo un “oscuro pittore falsario”, un malavitoso di piccolo cabotaggio e di bassissima levatura. Tanto ne è convinto (almeno ufficialmente) Francesco Monastero da accusare Osvaldo Lai di voler “…colorire la personalità del medesimo Chichiarelli con accenni ai rapporti di conoscenza che quest’ultimo avrebbe avuto con
qualificati elementi della malavita” (F.Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986, p.9). Secondo il sostituto procuratore Giovanni Salvi, invece, Chichiarelli era “sicuramente in rapporti con Danilo Abbruciati e Ernesto Diotallevi” (G.Salvi, Requisitoria cit., p.44), vale a dire con i vertici della cosiddetta banda della Magliana, la crema della delinquenza romana in quel periodo. Inoltre, il Chichiarelli amava definirsi -recitando evidentemente un ruolo coerente con l’attività di ‘depistatore’ che svolgeva- un uomo di sinistra ma, in realtà, scrive ancora Giovanni Salvi “era addentro all’ambiente della destra eversiva e, in particolare, risultava in contatto oltre che con Comacchio, con Massimo Sparti, il quale era strettamente legato a sua volta ai fratelli Fioravanti” (ibidem).
Ma volgere la propria attenzione alla destra impropriamente definita ‘eversiva’, assecondando l’immutabile atteggiamento della magistratura non disposta ad ammettere che c’è stata solo una ‘destra di Stato’, significherebbe allontanarsi dalla verità relativa ad Antonio Chichiarelli e dai suoi rapporti istituzionali e malavitosi, entrambi ad alto livello.
Non era un capo, non aveva Antonio Chichiarelli la personalità di chi è atto al comando e capace di condurre per suo conto un gioco raffinato e terribilmente rischioso come quello nel quale si è trovato coinvolto, era la pedina di “un unico disegno -come scrive il sostituto Procuratore romano Pietro Saviotti- in chiave strategicamente inquinante e di intimidazione mirata, del quale è stato materialmente partecipe…portatore di interessi che travalicano la sua personalità…” (Pietro Saviotti, Requisitoria 26 marzo 1990, p.2). Un esecutore materiale di ordini che si teneva come amico al quale raccontare tutto ciò che faceva, Luciano Dal Bello di cui conosceva perfettamente l’attività di informatore dei carabinieri “sin dal 1977/78″ (ivi, p.43).
Una pedina, certo, “ma comunque in possesso di informazioni riservatissime, anche ignote agli stessi inquirenti” (ivi, p.2). Non un millantatore, dunque, come cerca di descriverlo il giudice istruttore Francesco Monastero, ma un gregario affidabile che assumeva ordini da persone inserite in ambito politico-istituzionale, mediati dai vertici della banda della Magliana, almeno fino ad una certa data. Un subalterno dello Stato, un amico degli amici: questo è stato Antonio Chichiarelli.
E dopo di lui, un gradino più in alto c’erano gli altri sui quali volgere brevemente lo sguardo.

Gli amici dell’amico
Il mondo malavitoso nel quale era inserito Antonio Chichiarelli era rappresentato dalla cosiddetta ‘banda della Magliana’, una vera e propria agenzia criminale che si era posta a servizio dell’anticomunismo, delle sue forze politiche e degli apparati segreti dello Stato. Se le simpatie politiche facevano dei delinquenti della Magliana una sorta di ‘guardie bianche’ del regime cattolico-democristiano, l’interesse materiale era l’unico vero movente ispiratore di ogni loro azione, come si conviene ad uomini che hanno venduto l’anima per denaro e bene hanno fatto perché “hanno barattato letame con oro”.
Il loro capo riconosciuto era Franco Giuseppucci che, scrive Francesco Biscione, “era (anche) un fascista, sostenitore elettorale di Formisano e del Movimento sociale italiano e legato al criminologo Aldo Semerari che contraccambiava il sostegno elettorale e propagandistico con generose diagnosi di infermità e seminfermità mentale per i sodali della banda nelle sedi peritali medico-legali” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p.209). Un personaggio, Giuseppucci, che non poteva certo essere mosso da simpatie politiche per il ‘filocomunista’ Aldo Moro, e men che mai da ragioni di carattere umanitario. Ad attivarlo per rintracciare la prigione dov’era detenuto il presidente della Democrazia cristiana furono, difatti, le prospettive di lauti guadagni e di vantaggi di ordine processuale che gli vennero fatte balenare da un eterogeneo gruppo di rappresentanti del mondo politico, giudiziario e forense. Antonio Mancini, già esponente della banda della Magliana, oggi pentito, ne indica tre: Claudio Vitalone (allora sostituto Procuratore della repubblica a Roma applicato alla Procura generale), Edoardo Formisano (consigliere regionale del Lazio del Msi e in rapporti con il leader della banda Franco Giuseppucci), Maurizio di Pietropaolo (avvocato di Licio Gelli e anche in altre circostanze collaboratore del massone toscano)…(ivi,p.194).
A prospettare a Franco Giuseppucci la necessità di aiutare gli ‘amici’ democristiani collaborando con i servizi di sicurezza, compiendo un’azione comune e coordinata, fu anche un altro delinquente di spicco: Raffaele Cutolo. Racconta costui di essersi incontrato “da Bastianelli, a Fiumicino, con Franco Giuseppucci -presenti, oltre ad amici del Giuseppucci ma di cui non conosco il nome, anche Enzo Casillo e Alfonso Rosanova – e gli chiesi di interessarsi della prigione di Aldo Moro: Giuseppucci – conclude Cutolo – mi disse che era sufficiente che se ne occupasse Nicolino Selis” (ivi, p.216).
Come possiamo constatare, il capo della banda della Magliana tace a Raffaele Cutolo il fatto che è già impegnato in tal senso con uomini politici e delle istituzioni. E se al bandito della Nuova camorra organizzata indica in Nicolino Selis l’uomo più idoneo per compiere la ricerca che gli viene sollecitata, ad altri -e più fidati- luogotenenti ha affidato certamente l’incarico, in via parallela. Non si conoscono con certezza i nomi di coloro che condussero, per ordine del Giuseppucci, la ricerca del covo-prigione di Aldo Moro ma non è difficile individuarli in Danilo Abbruciati, il suo braccio destro, e in Domenico Balducci che faceva da agente di collegamento con Pippo Calò (ivi, p.203), con politici del livello di Franco Evangelisti (ivi, p.211) e con il Sismi, il servizio segreto militare sui cui aerei viaggiava in compagnia di Francesco Pazienza.
In questo ambiente, ben amalgamato con esso, viveva Antonio Chichiarelli che, anche volendo ipotizzare che fosse stato prescelto dagli uomini del Sisde, il servizio segreto civile, tramite segnalazione del Nucleo di P.G., non avrebbe mai potuto agire all’insaputa degli amici della banda della Magliana fra i cui esponenti di spicco conosceva, come abbiamo già rilevato, sia Danilo Abbruciati che Ernesto Diotallevi. E quanto fosse radicato il suo inserimento ai vertici del gruppo criminal-istituzionale della Magliana lo dimostra il fatto che conosceva in anticipo la sorte che era stata riservata a Mino Pecorelli, sul cui omicidio il falsario venne chiamato ad intervenire per ben tre volte: il 14 aprile 1979, il 17 dello stesso mese e, infine, il 17 novembre 1980. Una volta in più che sul sequestro-omicidio di Aldo Moro.
Un’ipotesi, la nostra, ma fondata su una circostanza che è stata, fino ad oggi, trascurata da tutti, evidenziata dal comportamento dei ‘controllori’ per conto del Nucleo di P.G. dei carabinieri e del Sisde di Antonio Chichiarelli, Luciano Dal Bello e il maresciallo Solinas. La prima traccia ce la fornisce la testimonianza di Osvaldo Lai, puntualmente disattesa dal giudice istruttore Francesco Monastero che oggi così la presenta:
“Il Lai nel riferire delle simpatie del Chichiarelli per le Brigate rosse, accennava ai profili millantatori del suo carattere, tanto da vantarsi di aver partecipato agli omicidi del giornalista Mino Pecorelli e del colonnello Varisco” (F.Monastero, Ordinanza 12 luglio 1986 cit., p.7).
Certo, le acquisizioni processuali successive che vedono chiamati a rispondere dell’omicidio di Mino Pecorelli, il mafioso Angelo La Barbera e l’esponente della banda della Magliana Massimo Carminati, senza che vi sia traccia di altri complici materiali, sembrerebbero dare ragione a Francesco Monastero (Come noto, gli imputati al processo Pecorelli sono stati assolti in primo grado, quindi il giudice di appello, in data 16 novembre 2002, ha condannato il senatore a vita Giulio Andreotti e il mafioso Tano Badalamenti, assolvendo gli altri, NDE successiva alla stesura del testo). Ma noi non affermiamo la partecipazione diretta all’omicidio del giornalista Mino Pecorelli di Antonio Chichiarelli, riteniamo invece altamente probabile la sua conoscenza a priori del progetto omicidiario, che in un certo senso giustificano le sue vanterie con il Lai, perché in fondo fra sapere in anticipo e partecipare direttamente la differenza è molto sottile. Nel caso di Antonio Chichiarelli, poi, la partecipazione ci fu, a posteriori, nell’opera di depistaggio e proprio perché chiamato ad assolvere questo compito il falsario può essere stato informato prima di quello che, da lì a poco, sarebbe accaduto dopo.
Tanto più che anche al più sprovveduto dei gregari (e Chichiarelli non aveva le caratteristiche del psicolabile) sarebbe apparso chiaro che coloro che gli fornivano gli elementi con i quali costruire le ‘schede’ e gli impartivano le necessarie istruzioni per compilarle, erano coinvolti direttamente nell’episodio sul quale era chiamato ad intervenire. Farlo venire a conoscenza prima, piuttosto che dopo, del nome e cognome dell’ucciso dagli ‘amici’ e dai committenti, senza magari ulteriori particolari, non doveva rappresentare un problema per coloro che in Antonio Chichiarelli riponevano giustificata fiducia.
Ma del tutto omertoso Tony il falsario non lo era. Con il suo fidato amico, metà bandito metà spione, Luciano Dal Bello, parlava, tanto, forse troppo, magari prima e non dopo. E’ quanto può essere accaduto nel caso dell’omicidio di Mino Pecorelli, solo che in questo frangente il Dal Bello decide di intervenire. Forse per ‘spirito di servizio’, forse per ordini ricevuti in precedenza, forse perché come il bandito sogna il colpo miliardario, così il confidente spera nella notizia che lo porti nell’Olimpo dei suoi simili e gli faccia guadagnare credito che, tradotto in pratica, vuole dire soldi, tanti soldi.
E cosa può esserci di più eclatante che sventare un omicidio eccellente?
Non quello dell’onorevole Pietro Ingrao, ma quello del giornalista Mino Pecorelli.
A dircelo, fornendoci la seconda traccia, sono le date. Luciano Dal Bello, difatti, è ai primi di marzo del 1979 che confida al suo referente all’interno del Nucleo di P.G. dei carabinieri, il maresciallo Solinas, quanto è venuto a sapere sul progetto di eliminazione del direttore di O.P. Dinanzi alla gravità dell’evento ed all’urgenza di intervenire, i due decidono di infrangere le regole che disciplinano i rapporti fra i confidenti ed i loro referenti. E il maresciallo Solinas, scavalcando la scala gerarchica, si reca direttamente dal suo comandante, il colonnello Campo, e gli riferisce il progetto omicida, il nome dell’ ‘attentatore’ (di uno dei correi), Antonio Chichiarelli, e quello del ‘confidente’, Luciano Dal Bello.
Con tre elementi di tale portata -obiettivo, nome di uno degli assassini futuri, quello della ‘fonte’- la garanzia di un intervento è certa, anzi certissima.
E, invece, non accade nulla.
Ai frustrati controllori di Antonio Chichiarelli non rimane che modificare il nome dell’obiettivo, sostituire nelle loro ‘informative’ quello di Mino Pecorelli con Pietro Ingrao, e rendere così il tutto inverosimile. Perché la possibilità che un falsario potesse progettare – e comunque partecipare – ad un attentato contro l’allora presidente della Camera dei deputati Pietro Ingrao con il contestuale massacro della sua nutrita ed agguerrita scorta non appariva minimamente credibile ieri né può essere considerato verosimile oggi.
Come già Aldo Moro, anche Mino Pecorelli doveva evidentemente morire.
E l’accostamento con quanto venne detto a Francesco Varone in casa di Frank Coppola, con riferimento ad Aldo Moro (“quell’uomo deve morire”) non è casuale perché a tradire, rivelandolo, il centro di potere politico che la morte del giornalista ha decretato è un’omissione che compare proprio nella ‘scheda’ che qualcuno ha dettato ad Antonio Chichiarelli, che lui ha diligentemente compilato e fatto ritrovare in un borsello il 14 aprile 1979.
“Intestata -scrive Francesco Biscione- a ‘Mino Pecorelli (da eliminare)’, essa fornisce gli indirizzi del giornalista e stabilisce che andrebbe colpito ‘preferibilmente dopo le 19′ nei pressi della redazione di Op (come in effetti era avvenuto). Ma vi sono altre indicazioni: ‘Martedi 6 marzo 1979 causa intrattenimento prolungato presso alto ufficiale dei carabinieri, zona piazza delle Cinque lune, l’operazione è stata rinviata’ (l’ufficiale in questione –rileva Biscione- era Antonio Varisco…)” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p. 227).
L’ultima indicazione è rispondente al vero ma in essa vi è una volontaria quanto estremamente significativa omissione perché manca il nome del terzo personaggio presente a quell’incontro nello studio del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco: Giorgio Ambrosoli. Era costui il curatore fallimentare della Banca privata italiana di proprietà di Michele Sindona, e la sua presenza a quell’incontro suggerisce inquietanti interrogativi sulla reale motivazione dell’omicidio di Mino Pecorelli al quale seguiranno in rapida successione, alcuni mesi dopo, la sua e quella del colonnello Varisco.
Far comparire nella scheda compilata da Antonio Chichiarelli il nome di Giorgio Ambrosoli significava evocare quello di Michele Sindona e, quel che è peggio, evocare quello del suo protettore politico, Giulio Andreotti, impegnato con tutti i mezzi e in tutti i modi a sostenere il banchiere mafioso tanto gradito al Vaticano. Un errore che i compilatori della scheda non hanno ovviamente fatto perché troppo accorti per non rendersi conto che il nome di Giorgio Ambrosoli avrebbe immediatamente indirizzato le indagini sugli ambienti mafiosi della capitale e sui loro alleati della banda della Magliana. E, individuati i possibili autori materiali, sarebbe stato fin troppo agevole compiere il passo successivo in direzione di Giulio Andreotti e dei
suoi fedeli.
L’ultima conferma ci viene dalla lista degli imputati al processo per l’omicidio di Mino Pecorelli in corso a Perugia. Fra i vivi siedono Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, come mandanti, e Massimo Carminati – lo abbiamo citato in precedenza – in veste di killer (cfr.NDE precedente sulla sentenza d’appello che ha condannato i soli Giulio Andreotti e Tano Badalamenti, assolvendo gli altri imputati). Fra i morti, da tutti dimenticati e da nessuno citati, compaiono in qualità di mandanti- organizzatori, Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati, gli amici dell’amico Antonio Chichiarelli.
La morte in rapida successione di Mino Pecorelli, Giorgio Ambrosoli e Antonio Varisco (il primo, ucciso il 20 marzo 1979; il secondo, nella notte fra il 12 e il 13 luglio 1979; il terzo, la mattina del 13 luglio 1979) ha reso inviolabile il segreto di quanto si dissero i tre il 6 marzo 1979. E tutto lascia presumere che fu quell’incontro a determinare la decisione di eliminarli fisicamente, assunta quindi ai primi di marzo del 1979. Ma per una casella forse destinata a restare priva del suo tassello, il mosaico ne presenta altre sempre meno vuote ed aumenta, in proporzione, il numero dei tasselli che vanno ad incastrarsi perfettamente al loro posto.

Un potere occulto? No, giudiziario
Nelle vicende dell’Italia dei misteri, in modo specifico in quella di Aldo Moro, uno dei protagonisti è sempre riuscito a restare nell’ombra, a celarsi dietro la sua funzione di potere neutrale, lontano dalle fazioni, privo di ogni passione, guidato dal solo fine di pervenire alla verità dei fatti che per essere ‘penalmente rilevanti’ ricadono sotto la sua giurisdizione.
Questo coacervo di luoghi comuni crolla dinanzi ai comportamenti del potere giudiziario -perché di esso parliamo- nella tragica vicenda del sequestro di Aldo Moro. Fra le task-forces ufficiali ed ufficiose che furono create per seguire lo svolgersi degli avvenimenti nel corso del sequestro di Aldo Moro, di una non si è mai parlato se non in forma episodica e mai individuandola per quella che realmente è stata: un centro propulsore di iniziative lecite ed illecite per giungere alla soluzione del caso.
Luciano Infelisi, titolare delle indagini sui fatti di via Fani dal 16 marzo al 29 aprile 1978 recita, a posteriori, la solita sceneggiata su una magistratura priva di mezzi, povera di informazioni, da tutti negletta, fino a spingersi ad affermare che “c’è stata non la ‘non collaborazione’, ma direi una cortina fumogena tra certe attività (in perfetta buona fede, non lo metto in dubbio) di uomini politici che hanno agito senza avere mai, dico preventivamente, ma neanche successivamente e contestualmente, avvisato i magistrati. Cioè io non ho mai saputo, se non dai giornali e successivamente a tutti i fatti, di certi contatti che erano invece fondamentali” (F.Biscione, Il delitto Moro cit., p.169).
Il sostituto Procuratore Infelisi per fini di autodifesa personale, solleva lui una cortina fumogena che deve proteggere anche i suoi colleghi e superiori gerarchici: perché, certo non casualmente, fu proprio a lui che Claudio Vitalone espone la sua idea di produrre un falso comunicato brigatista a riprova che non era emarginato, ma partecipe a pieno titolo di quanto il potere giudiziario stava intessendo in quei giorni drammatici. Il protagonista di tante inchieste ‘scottanti’, alla pari dei suoi colleghi Vitalone e Sica, finite nel nulla a beneficio di quei politici che Infelisi finge di attaccare, ha comunque parzialmente ragione perché il centro propulsore delle indagini e dei maneggi stava ad un livello superiore al suo.
La Procura generale romana il 29 aprile 1978, a pochi giorni dal tragico epilogo del sequestro di Aldo Moro avocherà a sé, ufficialmente, quelle indagini che dirige dal primo momento in via ufficiosa.
“Il mio ufficio – si giustificherà senza arrossire il Procuratore della repubblica di Roma Giovanni De Matteo – era oberato di lavoro in modo straordinario; l’ufficio del Procuratore generale era più tranquillo, nel senso che c’era meno da fare…dunque il Procuratore generale ritenne che questo processo potesse essere seguito con più possibilità di dedicarvi tempo ed attenzione dal suo ufficio anziché dal mio, che era in condizioni disastrate” (ivi, p.284).
La task-force giudiziaria risultava composta dal Procuratore generale Pietro Pascalino, dal sostituto Procuratore generale Guido Guasco, dal sostituto Procuratore della repubblica Claudio Vitalone, legato a Giulio Andreotti, dal sostituto Procuratore della repubblica Domenico Sica, dal Procuratore della repubblica Giovanni De Matteo, collaboratore della rivista Politica e strategia diretta da Filippo De Jorio con grande spazio agli esperti della guerra non ortodossa e, buon ultimo, dal sostituto Procuratore Luciano Infelisi sulla cui spregiudicatezza abbiamo già fornito più di un esempio. L’inserimento della task-force così delineata completa il quadro del potere che ha gestito le operazioni durante e dopo il sequestro e l’omicidio del presidente della Democrazia cristiana, ponendosi anzi il suo ruolo al di sopra di quello dei servizi militari e civili, ufficiali e clandestini (vedi Gladio).
Una tesi, la nostra, confortata anche dalla prudente affermazione di Francesco Biscione che, facendosi scudo della testimonianza resa dal giornalista Giuseppe Messina, ammette che “essa indicherebbe infatti che la Procura generale presso la Corte di appello di Roma, cioè l’ufficio di Pietro Pascalino, fosse coinvolta nella gestione ‘ufficiosa’ del caso Moro in connessione con le iniziative della criminalità organizzata…” (ivi, p.171-172). Noi riteniamo provata questa realtà, non solo basata sulla testimonianza di Giuseppe Messina. Di quest’ultimo si deve anche segnalare che fu lui ad accompagnare, con altri, il latitante Francesco Varone nel carcere di Rebibbia- nuovo complesso, in ore serali, perché potesse incontrarsi con il fratello Antonio fatto giungere appositamente con un elicottero dei carabinieri dal carcere dell’Asinara. Messina aveva ricevuto da Flavio Carboni l’invito ad incontrare, insieme al deputato democristiano Benito Cazora, uno dei ‘capi’ della mafia siciliana. A patto che, tale incontro, “si realizzasse in un ufficio particolare, al di fuori di occhi indiscreti e nella massima sicurezza. A tale proposito -rivela Messina- indicò, come possibile, un ufficio della Procura generale presso la Corte d’appello di Roma…-aggiungendo-…state tranquilli, è un ufficio sicurissimo, al livello di Procuratore generale” (ivi, p.207).
Episodio che può apparire fantapolitico a coloro che hanno memoria corta, che hanno cioè dimenticato come fosse il Procuratore generale di Palermo a dare ‘conforto’ al bandito Salvatore Giuliano ricevendolo nel suo ufficio benché ufficialmente ricercato da tutte le forze di polizia per la morte di almeno centoventi fra carabinieri ed agenti di P.S. oltre che per la strage di Portella delle ginestre. Ma a dare maggiore consistenza alla testimonianza di Giuseppe Messina ci sono anche i fatti che qui vogliamo ricordare in estrema sintesi. A) I rapporti intercorsi tra Claudio Vitalone ed Edoardo Formisano, portatore degli aiuti della banda di Francis Turatello ed Ugo Bossi (ivi, p.201); B) I rapporti telefonici intercorsi tra lo stesso Ugo Bossi e Claudio Vitalone, secondo quanto ha testimoniato Tommaso Buscetta (ivi, p.200); C) L’attivazione, congiuntamente a Formisano e all’avvocato Di Pietro Paolo, fatta sempre da Claudio Vitalone, di Franco Giuseppucci secondo la testimonianza, avvalorata da altre fonti, di Antonio Mancini che abbiamo citato in precedenza. Abbiamo i colloqui fatti in carcere da Ugo Bossi con Tommaso Buscetta nell’istituto penitenziario di Cuneo (ivi, p.199); quello di Edoardo Formisano, sempre nella casa di reclusione di Cuneo, segnalata dal maresciallo Angelo Incandela, con Francis Turatello (ivi, p.288); quello, infine, di Francesco Varone, latitante, nella casa circondariale di Rebibbia-nuovo complesso, con il fratello Antonio, trasferito per la bisogna dal carcere dell’Asinara in Sardegna, con un elicottero dei carabinieri, a quello romano. Operazioni che vedono il concorso di più apparati dello Stato, primo quello della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena del ministero di Grazia e giustizia, diretta anch’essa da magistrati e che agisce in modo illegale perché ha la garanzia non solo del potere politico (ministro di Grazia e giustizia, ministro degli Interni, presidente del Consiglio ecc.) ma quella essenziale degli alti vertici della magistratura.
Tralasciando l’incontro fra Claudio Vitalone e Daniele Pifano del collettivo di via dei Volsci (ivi, p.191) che rientra ovviamente nell’ambito propriamente politico ma che citiamo per fornire prova ulteriore che la Procura generale di Roma di ben altro si occupò che svolgere indagini giudiziarie, vediamo confermato quel ruolo di cinghia di trasmissione fra il potere politico e la delinquenza organizzata, di cui faceva parte Antonio Chichiarelli, non primo ma certamente non ultimo degli ingranaggi che la magistratura italiana aveva mosso per ‘salvare’, nelle versioni ufficialmente accreditate, la vita del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Una realtà che aveva conosciuto e denunciato, sia pure con il suo stile volutamente ambiguo, lo stesso Mino Pecorelli che nel numero 5 di O.P. del 25 aprile 1978 aveva scritto: “I nostri servizi segreti, il trust di cervelli del ministero degli Interni, non avrebbe mai avuto la fantasia e il coraggio di tentare il bluff della Duchessa”. Trova logica e coerente spiegazione il comportamento delle forze di polizia, primo quello del Nucleo di P.G. al quale era stato ‘affidato’ il mantenimento del segreto su Antonio Chichiarelli e sulla sua salvaguardia ad ogni costo ed a qualunque prezzo. E un’ulteriore prova a carico dei vertici giudiziari romani emerge anche dalla circostanza, fino ad oggi trascurata, della mancata trasmissione agli inquirenti giudiziari romani, da parte del Reparto operativo dei carabinieri di Roma della informativa del 23 novembre 1983 che indicava in Antonio Chichiarelli l’autore del falso comunicato brigatista del 18 aprile 1978 e asseriva, per di più, che era ancora in possesso della testina Ibm con la quale l’aveva scritto. Esistono quelli che si chiamano ‘atti dovuti’ e la trasmissione ai magistrati romani che stavano indagando sul sequestro Moro dell’informativa, non anonima

15.06.2015
 
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